Gufi anglosassoni

Claudia Segre Presidente GLT Foundation

mercoledì 31 gennaio 2018


Dopo l’allarme lanciato dagli strategist di Bank of America e di Citigroup, anche Goldman Sachs si unisce ai “gufi” anglosassoni che, rispolverando vecchi paradigmi riadattati ad una situazione da record dei mercati azionari statunitensi, sono uniti nel predire l’avvicinarsi di un’Apocalisse dei listini.

 

Ovviamente con un mese di gennaio che si chiude con un risultato mai visto negli ultimi trent’anni per le Borse mondiali, la cautela è d’obbligo e senza farsi prendere dal panico qualche misura di contenimento dei rischi si rende necessaria.

 

Una misura banale, quanto efficace, consiste in una diversificazione rispetto ai mercati anglosassoni. Sul mercato americano molti analisti vedono come uno spettro la congiuntura tra l’avvicinamento del tasso decennale dei Treasuries al 3% e l’ampliamento degli spread di credito soprattutto sulle obbligazioni ad alto rendimento. Mentre sul mercato inglese è chiaro, soprattutto dopo le indiscrezioni trapelate e il recente intervento della May e come molte volte evidenziato, che Brexit avrà un impatto pesantissimo sul Pil e che neanche nuovi accordi di libero scambio con Paesi extra UE mitigheranno una crisi anche dei mercati finanziari e valutari.

 

Non resta che ancorarsi all’Europa e alla Cina dopo che anche il resto dell’Asia ha già ampiamento spinto le performance dei fondi comuni di investimento asiatici ex Cina.

Dopo gli incontri di Davos e nonostante le dichiarazioni belligeranti del Presidente USA Trump, la Cina è riuscita a diffondere trasversalmente il Progetto “One Belt, One Road”, lungo la Via della Seta, dagli incontri con le delegazioni latinoamericane sino a quelli con i Paesi dell’Asia Centrale raccogliendo diffusi consensi.

 

Le recenti dichiarazioni della Banca Centrale cinese improntate ad una maggiore flessibilità dello yuan coniugata con un’elevata attenzione al fenomeno dello shadow banking e all’ingente debito delle corporates, che vede scadenze importanti entro il 2020, rassicurano poi gli investitori esteri che si son riposizionati sui mercati cinesi con maggiore fiducia nonostante un PIL nel 2018 atteso in calo al 6,5% dal 6,9% nel 2017.

 

Sull’Europa dopo i risultati elettorali del 2017 è evidente che le prossime elezioni come quelle italiane non preoccupano più di tanto soprattutto, dopo che si è confermata la Grande Coalizione tedesca e Francia e Spagna assicurano livelli di crescita del PIL ai massimi degli ultimi 5 anni. I dati macro guidano l’interesse dei gestori e delle mani forti che puntano su una Europa capace di chiudere il differenziale con gli USA grazie all’Industry 4.0 e alla digitalizzazione dei servizi finanziari messi in sicurezza da un impianto normativo decisamente più solido ed adeguato alle nuove sfide di mercati radicalmente cambiati nei multipli e nella struttura degli assets.

 

La preoccupazione per l’eccessivo apprezzamento dell’euro è destinata a rientrare rapidamente non appena gli effetti della riforma fiscale di Trump si concretizzeranno e nonostante la fase di Tapering, e quindi di allentamento delle misure non convenzionali di allentamento monetario, da parte della BCE che comunque, non muoverà i tassi sino al 2019.

 

Il prossimo anno sarà contraddistinto da un cambio di passo condiviso da tutte  le banche Centrali e certamente per i mercati azionari sarà una prova decisiva per una correzione paventata ad ogni sussulto da 12 mesi a questa parte , ma per questo primo semestre forse le cassandre americane stanno solo cercando di testare i nervi dei gestori sorpresi nel solito dilemma sul consolidamento delle performance sostenute dai volumi sorprendenti confluiti soprattutto sugli ETF e dal cambiamento dell’industria del risparmio gestito.







 


Tag: ECONOMIA, INVESTIMENTI, INVESTMENT, TRADING, USA, WALL STREET

Titoli: BANK OF AMERICA CORPORATION, CITIGROUP, INC.

 
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla newsletter
di ITForum »