Il QE non ha funzionato? Aumentiamolo!

Gaetano Evangelista Ad Age italia

giovedì 10 marzo 2016

E’ passato poco da quando Draghi ha annunciato le nuove misure di politica monetaria fissate dalla BCE “a sorpresa”, come si sono affrettate a precisare le agenzie di stampa, dopo aver dato un’occhiata all’andamento degli indici borsistici. Se il mercato sale, vuol dire che il “boss” della Banca Centrale Europea ci ha visto di nuovo giusto.
Sarà poi il tempo a rivelare se l’atteso ampliamento del programma di acquisto di titoli piegherà la brutta piega presa dall’inflazione, che subisce meno il fascino dell’ex governatore della Banca d’Italia e minaccia di stabilizzarsi – per i debitori, s’intende – sotto la linea dello zero.




Bisogna infatti riconoscere che portare la potenza di fuoco da 60 ad 80 miliardi di euro, al mese, era praticamente un atto dovuto. Fino ad ora, difatti, l’espansione del bilancio della BCE ha proceduto al ritmo medio di 14 miliardi alla settimana: pari allo 0.65% del bilancio dell’istituto di emissione un anno fa, e allo 0.49% del bilancio di oggi.

La casalinga di Voghera fa subito il calcolo: per ripristinare la stessa potenza del QE varato a marzo 2015, il programma d’acquisto andava urgentemente incrementato del 30%. Appunto…




Ma, sorvolando su questo aspetto, ci si chiede sempre se la strada battuta sia quella giusta e se la supplenza tenuta dalle autorità monetarie produrrà gli auspici della politica economica. Insomma: si può sperare che le nuove misure approvate da Francoforte riescano ad interrompere il flusso di dati deludenti proveniente dal fronte macro dallo scorso autunno in avanti?

Lo speriamo. Ma non possiamo concedere aperture di credito.
Il problema è che l’espansione della base monetaria non coincide con maggiore liquidità in circolazione o tantomeno con maggior credito: elemento che in ultima analisi trasforma il denaro “stampato” in inflazione.

Draghi interviene in un momento cruciale per il ciclo economico dell’area Euro. Il PMI manifatturiero è ancora in territorio espansivo ma risulta in calo da due mesi a questa parte. Il timore è che possa mestamente tagliare la linea spartiacque dei 50 punti.



Il perché è spiegato dal cosiddetto “impulso monetario”. Si tratta della crescita annuale della variazione a dodici mesi dell’offerta di moneta. In altre parole, della “derivata seconda” di M1 (abbiamo detto «in altre parole», non “in parole povere”).

Il concetto di impulso monetario si basa sulla convinzione che la variazione della crescita del credito è l’elemento cardine. In parole povere (finalmente…) è più stimolante un credito che passa dal -15 al -10% di crescita annuale, di un credito che passa da +7 a +9%: nel primo caso il contributo alla crescita è maggiore.

Non ci credete? La figura in basso confronta l’impulso monetario, nella zona Euro, con l’andamento del PMI manifatturiero. In linea di principio, quando l’impulso monetario diventa negativo, l’economia si contrae.





Le rilevazioni empiriche confermano l’assunto: nei precedenti cinque casi, il PMI si è sempre contratto – se non subito, a breve distanza di tempo – quando l’impulso negativo è scivolato sotto allo zero.

Chiariamo: il PMI in calo non implica contrazione del ciclo economico. Ma con il misuratore dell’attività manifatturiera così vicino alla soglia dei 50 punti, e con l’impulso monetario che flirta con la linea dello zero, qualche brivido legittimamente correrà lungo la schiena. L’auspicio è che il nuovo pacchetto di misure servirà a rovesciare questa tendenza.

In caso contrario, nutriremo la sgradevole sensazione di una evidente impotenza da parte delle autorità monetarie.







 


Tag: BANCHE, ECONOMIA, INDICI, INVESTMENT, TRADING

Titoli: CAC 40, PMI

 
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