Mercati lineari? Macchè!

Gaetano Evangelista Ad Age italia

giovedì 2 novembre 2017


In questi anni una consistente fetta di investitori ha fatto i conti con una dolorosa dissonanza cognitiva. Nove anni fa fu detto loro: «fuggite dai mercati, perché il Quantitative Easing farà esplodere l’inflazione, farà crollare il valore del dollaro e creerà un’instabilità senza precedenti». È andata a finire all’opposto: l’inflazione è rimasta a bada, il dollaro a consuntivo ha guadagnato terreno e, dal 2009 in poi, abbiamo assistito alla più contenuta volatilità macroeconomica e borsistica che le ultime tre generazioni ricordino.

 

Se la logica avesse ospitalità in questo strampalato mondo che sono i mercati finanziari, nessuno si sorprenderebbe del fatto che i tassi di interesse siano globalmente scesi. Dopotutto la Fed ha pur comprato titoli governativi, comprimendone il rendimento. Se la relazione fosse lineare, il rialzo delle quotazioni dei Treasury è perfettamente spiegabile. In verità i rendimenti sono calati anche nelle altre economie, magari per un effetto traino, si dirà. O forse ci sono altri fattori che spiegano questo fenomeno.

 

 

 


Ma se il ragionamento è questo, ne conseguirebbe che l’inaugurazione del “QT” (Quantitative Tightening) dovrebbe indurre l’aumento dei tassi di interesse, giusto?

Questo lo sapremo soltanto quando la Fed inizierà a ridurre la dimensione del proprio bilancio, varando quella exit che rappresenta l’ennesimo spauracchio che agita il sonno degli emarginati dai listini.

 

Possiamo però fare qualche riflessione, giusto per prepararci alla direzione verso cui scrutare. La figura in alto mostra la dimensione complessiva del bilancio della Federal Reserve (parte superiore) assieme al suo tasso di variazione trimestrale (linea rossa, parte inferiore del grafico): messo a confronto con il rendimento del T-Note decennale (linea blue). Non c’è una evidente correlazione?

 

Se questo è vero – e nessuno ne dubita – ne consegue che, perlomeno in tutto questo decennio, l’espansione quantitativa ha provocato un aumento dei tassi di interesse americani. Allo stesso modo, quando il bilancio della Fed si ridurrà, la negativizzazione del tasso di variazione dovrebbe provocare, a sorpresa, non già un aumento dei tassi di interesse, come paventato dai più; bensì una loro contrazione.

 

Sarà divertente, nel caso, assistere alle reazioni scomposte quando non isteriche di chi non ha fatto i conti con la non linearità dei mercati.
 

 

Al via ITForum Milano, 23 novembre, Palazzo delle Stelline.

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Tag: ECONOMIA, FEDERAL RESERVE, FINANZA, INDICI ESTERI, INDICI ITALIANI, INVESTMENT, TASSI, TRADING

 
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