Tutti bullish, con buone ragioni

Gaetano Evangelista Ad Age italia

venerdì 3 marzo 2017

C’è un equivoco ricorrente fra chi esamina il mercato servendosi delle lenti dell’analisi contrarian.

Per chi non lo sapesse, questo approccio consiste nell’avere la forza non indifferente di assumere una posizione contraria alla massa, quando questa esprime un’opinione plebiscitaria su un determinato mercato: se tutti scommettono sul rialzo dell’oro, io vendo oro; se tutti puntano su un boom del dollaro, io compro euro, e via dicendo. Facile sulla carta, meno quando ad essere coinvolta è la carta moneta.

Ad ogni modo, l’analista contrarian postula: se tutti sono positivi su un mercato, quello stesso è “condannato” al ribasso, semplicemente perché tutti evidentemente devono aver già comprato, e non vi è rimasto nessun altro capace di conferire ulteriore denaro al piatto.

La questione è di concreta attualità: giusto ieri il sondaggio settimanale ha rilevato una percentuale impressionante di Tori fra gli analisti finanziari:





Credetemi: quando il 63% degli advisor è bullish sulle prospettive del mercato azionario, è davvero difficile scommettere che la statistica conosca un ulteriore allargamento.

Sfortunatamente, però, non esiste un future sul sentiment. Noi compriamo e vendiamo azioni (o indici), non indicatori.
Si dirà: ma se il sentiment è destinato fatalmente a ridimensionarsi, questo trascinerà irrimediabilmente verso il basso lo S&P500. Dopotutto l’ultima volta è andata proprio così. Giusto?





Non esattamente. Perché è vero che l’ultima volta che i Tori sono stati così numerosi, risale giusto a due anni fa (quando in effetti Wall Street iniziò ad avvertire la rarefazione dell’ossigeno che si percepisce in alta quota), ma è anche vero che il sentiment era nettamente benigno da tempo: lo scorgiamo meglio qui in basso, sottraendo ai Tori la percentuale di Orsi, ottenendo così un più significativo dato differenziale.





Uno scostamento fra Tori e Orsi superiore ai 45 punti percentuali, come avvenuto di recente, è già stato registrato altre volte nel passato: a fine 2013, ad esempio, e a metà 2014; ma in queste circostanze lo S&P fece spallucce e ripartì, in un caso dopo una correzione di cui quasi non si accorse nessuno.

Viceversa, come già rilevato, ad inizio 2015 Wall Street si piegò sulle ginocchia, avvertendo il peso di un eccesso di rialzisti. Perché?

Per ottenere una risposta, dobbiamo ricorrere all’ausilio dell’analisi intermarket.





Due anni fa, di questi tempi, la borsa americana arrestava la corsa, perché gli spread creditizi da tempo si dilatavano vistosamente. Il differenziale di rendimento fra Corporate Bond “BBB” e Treasury decennali USA (linea rossa, scala di sinistra rovesciata) era passato da 76 a 195 punti base, e questo alla fine costrinse Wall Street a chiedere agli Orsi un temporaneo armistizio.

Cosa vediamo invece oggi? Vediamo un differenziale di rendimento che continua a contrarsi, segnalando un apprezzabile stato di salute da parte delle aziende americane. Ecco perché la fiducia in un eccesso di sentiment in chiave contrarian, è malriposto: perché è un allarme prematuro. Soltanto quando gli spread incominceranno a dilatarsi sensibilmente, l’eccesso di rialzisti nuocerà alla salute del Toro. Non prima.












 

Tag: BOND, BULL OR BEAR, SENTIMENT, SPREAD, TRADING, USA, WALL STREET

 
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