Energy game
La crisi obbliga i Governi a correre ai ripari anche sul controllo di imprese strategiche per le loro economie. Dopo l’esproprio delle azioni della YPF, la compagnia petrolifera argentina, in chiave anti spagnola, ora è la volta del presidente ecuadoregno che nazionalizza la Transpotadora de Electricidad, anch’essa controllata dagli spagnoli. Si tratta, in entrambi casi, di una palese violazione aperta del diritto internazionale. L’Unione Europea è sul piede di guerra a fianco della Spagna, mentre i cinesi della Sinopec che stavano per acquistare dagli spagnoli di Repsol il 57% di YPF vedono vanificati anni di trattative.
L’ansia di un Paese come l’Argentina, in crescita al 5% quest’anno, diventato dall’anno scorso importatore netto di idrocarburi per la prima volta dal 1995, si può ben comprendere. Anche perché con oltre 10 miliardi di dollari Usa spesi nel 2011 per l’importazione di idrocarburi, la bolletta petrolifera inizia a pesare sul bilancio pubblico.
Certamente in un momento in cui la Spagna è già sotto tiro a causa del necessario supporto al suo sistema bancario, la perdita di queste sponde importanti sul commercio internazionale pesano ulteriormente sulla Borsa spagnola.
Ma gli Energy Games non finiscono qua: la scorsa settimana Eni ha dato notizia di un’importante joint venture al 33.3% con Rosneft, il primo produttore petrolifero russo, per un ampliamento dell’attività di sviluppo nel mar di Barents e nel Mar Nero, proprio nel momento in cui la stessa ENI è nell’occhio del ciclone per una richiesta dei PM milanesi che indagano su presunte tangenti al regime kazako di Nazarbayev per dare il via alle concessioni sul prezioso sito di Kashagan, il più grande giacimento petrolifero esistente. I ritardi, e la complessità di rapporti in un Paese dove si può proprio dire che la corruzione regna sovrana, vedono ora addirittura la richiesta dei PM di un commissariamento dell’ENI in loco.
All’ombra di una stagione che vede la crisi europea protrarsi nell’incertezza di tornate elettorali, che si intrecciano con i guai della gestione debito sovrano, il petrolio e il gas restano protagonisti di politiche aggressive che vedono addirittura riemergere frizioni militari tra Cina e Filippine a ridosso di una zona di confine ricca di giacimenti.
Le tensioni non mancano nonostante una crescita globale deludente che pesa sulle quotazioni. Il West Texas dopo il vistoso calo di questo mese vede un supporto forte a quota 90 dollari, in linea anche con gli obiettivi sauditi.
Nel frattempo, complice anche le sanzioni UE e l’opera di convincimento del Segretario di Stato Usa verso i BRIC per diminuire le importazioni dall’Iran, è lo stesso paese dominato dagli ayatollah che stupisce il mercato decidendo di scambiare greggio contro merci in yuan rembimbi e accettando dalla Turchia pagamenti del petrolio in oro.
I dati Usa a chiusura settimana alleviano il peso di un’ottava senza precedenti per il greggio, ma che vede ritornare posizioni speculative che non mancano di cercare situazioni di arbitraggio e che, anche senza ascoltare gli analisti australiani che vedono il “famigerato picco” al 2020, lavorano sui supporti tecnici certi che le incertezze politiche continueranno ad alimentare un premio al rischio interessante.


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