Strategia della tensione
Non si sa con certezza se la Corea del Nord abbia davvero la bomba. Negli anni scorsi Pyongyang ha annunciato due volte di avere condotto dei test sotterranei. I sismografi occidentali hanno rilevato attività, ma è possibile che i coreani abbiano sfruttato dei terremoti per presentarli come esplosioni nucleari. Anche se è probabile che gli ordigni ci siano sul serio, la loro efficacia pratica rimane limitata finché non sono a punto i missili con cui lanciarli. Un mese fa, il ventottenne Kim Jong-Un ha provato a celebrare la propria ascesa al potere mettendo in orbita un satellite, ma il missile è esploso subito dopo il lancio, sotto gli occhi di tutti.
In Occidente si è parlato di umiliazione cocente per il nuovo leader, ma se Kim ha accettato il rischio di un fallimento è perché anche un missile esploso è utilizzabile politicamente. La dirigenza nordcoreana, per quanto a volte dia l'impressione di vivere in un orizzonte mentale tutto suo, non vuole la bomba per tirarla subito su qualcuno e non la vuole nemmeno come strumento di deterrenza. A Pyongyang serve di più apparire eternamente sul punto di poterla utilizzare, la bomba, senza però essere mai davvero nella condizione di farlo. In questo modo il negoziato con gli Stati Uniti può continuare, così come il flusso di dollari che la Corea del Nord riceve ogni volta che concede un rallentamento del suo programma atomico.
La logica dell’estorsione, in generale, è quella di creare una minaccia senza che l’atto minacciato sia il vero obiettivo. Al sequestratore non interessa sopprimere il prigioniero, ma utilizzarlo in una trattativa in cui chiedere altro, e poi altro ancora, idealmente all’infinito. Estorsione è un termine forte, ma la logica della minaccia è la stessa, anche nei negoziati legittimi, ogni volta che si prospetta agli altri soggetti della trattativa una linea d’azione che li disturba, ma che in realtà non si ha un particolare interesse a seguire.
Anche l’Iran, secondo un numero crescente di osservatori, non vuole davvero la bomba, ma la capacità evidente a tutti di poterla assemblare e lanciare in poche settimane. La bomba montata dà in modo evidente un grande potere di intimidazione. La bomba quasi pronta, ma ancora da montare, dà lo stesso potere di intimidazione e deterrenza, ma fornisce in più un potere negoziale continuativo, in pratica permanente. Finché la bomba iraniana è in frigorifero, Europa e Stati Uniti possono mantenere la sensazione (o l’illusione) di avere ancora il controllo della situazione, o quanto meno la capacità di influenzarla. L’Iran, in cambio, può continuare a strappare concessioni molto rilevanti, di gran lunga superiori al prezzo da pagare attraverso le sanzioni.
Senza molto clamore, in effetti, gli Stati Unti hanno di fatto consegnato l’Iraq e l’Afghanistan occidentale alla sfera d’influenza iraniana. Quanto alla Siria, un paese il cui regime alauita è politicamente molto vicino a Teheran, il fatto che l’intervento occidentale sia ancora solo verbale va messo in relazione con i progressi nei negoziati sull’atomica iraniana. Israele non può permettersi il lusso di coltivare nessuna illusione sulla buona fede iraniana, ma il rinvio delle elezioni anticipate e l’ingresso nella coalizione di governo di Kadima, una forza notoriamente contraria a un intervento militare contro le centrali atomiche, significa che anche per Gerusalemme i tempi si sono allungati.
Tutto si tiene, quindi, anche il petrolio. Mandando ai mercati il messaggio di un rapporto meno teso con Teheran, l’amministrazione Obama riesce a fare scendere il greggio e a fare sparire dai telegiornali quei servizi politicamente dannosissimi sul prezzo record della benzina. A indebolire il greggio è anche un linguaggio meno anti-oil e il rilassamento di alcune pretestuose norme ambientali che erano state indurite per conquistare il voto verde. L’America comincia poi a mettere un po’ d’ordine nella sua esuberante nuova offerta energetica, con greggio e gas che saltano fuori da tutti gli angoli dell’Unione e oleodotti, magazzini e raffinerie nei posti sbagliati. Aumentando l’efficienza del sistema (il greggio del Dakota viaggia ancora su treni costosi verso l’Atlantico perché mancano oleodotti) il costo dell’energia viene spinto verso il basso.
Naturalmente la flessione del petrolio discende anche dalla debolezza dell’economia. Questa debolezza, per il momento, è però più presunta che reale, così come è stata più presunta che reale la forza del primo trimestre, quella che ha fatto sognare, esattamente come nel primo trimestre del 2011, un’accelerazione della crescita.
Di rallentamento più evidente si può invece parlare, dall’inizio di aprile, per l’Europa meridionale. Il clima economico continua invece a essere buono in Germania, dove c’è piena occupazione e qualche segno iniziale di surriscaldamento. Dobbiamo rallegrarcene. Non c’è cosa più stolta, in questo momento, che augurarsi una recessione tedesca con la speranza che questa ammorbidisca la durezza della Merkel.
Se l’Europa fosse davvero quell’entità idealizzata da certa retorica, in questa fase di pieno impiego tedesco assisteremmo a un flusso migratorio incessante da Italia, Spagna e Grecia verso la Germania. Come dice giustamente Rogoff, la mobilità delle persone all’interno di un’area monetaria unica è essenziale per la sua sopravvivenza. Un disoccupato andaluso che trova lavoro in Baviera è un sussidio di disoccupazione in meno per la Spagna e una fonte di euro spediti a casa. Un doppio vantaggio per la bilancia delle partite correnti che ha gli stessi effetti di una svalutazione. Succede invece che gli spagnoli e i portoghesi emigrano in Africa o in America Latina, gli irlandesi vanno in Australia e in Baviera ci vanno i turchi, le cui rimesse escono da Eurolandia. Ci sono poi paesi (la Grecia e, in parte, l’Italia) in cui l’emigrazione è vista come una vergogna e una ferita dell’orgoglio nazionale. Per non parlare della Francia. Abbiamo sentito con le nostre orecchie un dibattito su France24 in cui la conduttrice chiedeva scandalizzata agli ospiti se i giovani francesi disoccupati avrebbero dovuto prendere la strada dell’esilio.
In America un disoccupato di Las Vegas che trova un lavoro a Houston non si sente nella tragica condizione di un esiliato. Allo stesso modo, se questo stesso signore trasferitosi a Houston, ricevuto il primo stipendio, chiama il suo broker e gli chiede di comprare in collocamento qualche azione Facebook, nessuno strilla il giorno dopo sui giornali su una fuga di capitali dal Texas verso la California. A nessuno viene da pensare che il Texas si sia impoverito. In Europa c’è invece un’attenzione spasmodica e ossessiva verso i capitali in fuga dal sud che si rifugiano nei Bund tedeschi.
Abbiamo iniziato parlando delle minacce atomiche di Corea del Nord e Iran e concludiamo con la minacce valutarie greche. Un grande motivo di ansia, per i mercati, è che la Grecia esca da Eurolandia sbattendo la porta. La preoccupazione non è per la Grecia, che nei portafogli esteri brilla ormai per la sua assenza o per il suo peso risibile, quanto per l’effetto domino su Portogallo, Spagna e Italia.
La Grecia è perfettamente consapevole di essere il tappo debole che, se dovesse saltare, produrrebbe caos in Europa e nel mondo. Questo ha sempre dato ad Atene un grande potere negoziale.
Tornare alla dracma non sarebbe tecnicamente così difficile. Basterebbe stampare Ellas sugli euro in distribuzione nei bancomat e ridenominare i conti correnti, il debito pubblico e i contratti tra residenti. Una volta tornata alla dracma, tuttavia, la Grecia perderebbe istantaneamente tutto il suo potere negoziale.
Come per l’Iran l’ottimo non è avere la bomba ma continuare a minacciare di averla, per la Grecia l’ottimo non è assolutamente la dracma, ma l’euro accompagnato dall’azzeramento progressivo del debito greco e da flussi crescenti di soldi europei. Questa non è solo il disegno di quel pittoresco insieme di partitini di opposizione emersi dalle elezioni, ma è stata sempre l’idea dei due partiti per bene, quelli ufficialmente proeuro. L’unica differenza è che i partitini di oggi dicono in pubblico quello che il governo greco ha sempre detto in modo più riservato nelle eterne trattative con la Troika e con la Germania.
Capita, qualche volta, che un’estorsione si concluda tragicamente. La posta in gioco è così alta che è giusto che chi è oggetto di ricatto agisca con grande prudenza, anche se le probabilità dello scenario peggiore sono poche. Fuor di metafora, è giusto che i mercati reagiscano ripiegando (o comunque riducendo l’esposizione al rischio) a ipotesi come quella di un’uscita greca dall’euro.
Questo non toglie che lo scenario più probabile resti quello di sempre, quello di un’ennesima fase di negoziato che si concluda, come le precedenti, con la Grecia che porta a casa qualcosa e resta nell’euro. Ci sarà ancora qualche settimana molto nervosa, ma chi ha in questo momento una bassa esposizione al rischio farà bene ad aumentarla. In giugno, oltre a una definizione della posizione della Grecia, assisteremo a un crescendo di vertici europei dedicati allo sviluppo economico. Non ne verrà fuori molto, ma un recupero dei mercati sarà a quel punto possibile.
Alessandro Fugnoli


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